Marillion: Misplaced Childhood

Misplaced Childhood

Tracce Audio (versione vinile)
Side 1
01 – Pseudo Silk Kimono
02 – Kayleigh
03 – Lavender
04 – Bitter Suite
05 – Heart of Lothian
Side 2
06 – Waterhole (Expresso Bongo)
07 – Lords of the Backstage
08 – Blind Curve
09 – Childhoods End?
10 – White Feather
Line Up
Fish: voice
Steve Rothery: guitars
Pete Trewavas: bass
Ian Mosley: percussion
Mark Kelly: keyboards

Cover Concept: Fish
Sleeve Design and Illustration: Mark Wilkinson
Lyrics: Fish
Music: Marillion

E finalmente, con un po di pazienza, riesco ad inaugurare la sezione dedicata alla musica, con una vera opera d’arte, una chicca imperdibile per ogni amante della buona musica. Questa è ufficialmente la mia prima recensione, e sul gruppo a cui forse tengo di più, senza contare la non indifferente componente sentimentale che accompagna le note di questo disco, perciò scusate se mi dilungherò un pò troppo su alcuni aspetti.

Misplaced è senza dubbio la prova migliore dei Marillion; vede la luce nel 1985, dopo il buon successo ottenuto dai primi due album, (Script for a Jester’s Tear e Fugazi) che proiettano i Marillion nell’olimpo del neoprogressive rock, corrente che si andava diffondendo durante gli anni 80 appunto, e di cui essi furono forse gli esponenti maggiori (se non altro come volume di vendite).

Il concept album prende le mosse dall’ispirazione lirica di Fish, il quale durante uno dei suoi periodi di crisi, in preda agli effetti di cocktails allucinogeni, chiuso nella sua casa, prende appunti sulle diverse figure e immagini che andranno poi a comporre la traccia portante dell’album.
Nella visione di Fish, l’opera doveva essere composta da due sole tracce, una per lato dell’LP, delle quali la prima trattava tematiche legate alle sue esperienze sentimentali, con la triste presa di coscienza del fallimento di tutte le precedenti relazioni amorose, mentre la seconda parte era dedicata al disagio della giovinezza e della progressiva crescita; in seguito, la casa discografica optò per suddividere ogni macrotraccia, in sequenze più piccole, determinando la scaletta attuale.

La cover, ideata da Fish stesso e realizzata da Mark Wilkinson, presenta un unico motivo che si estende tra front e retro di copertina, intriso di immagini e metafore che lette una per una, rappresentano una successione di eventi che gia da se spiega tutto il contenuto del disco, prima ancora di ascoltarlo, e ne esalta la autobiograficità. Nella front cover, vediamo un bambino, che rappresenta una sorta di rinascita, il passaggio finale verso il riappropriarsi della propria infanzia, dopo le delusioni e i tormenti patiti dal giullare (figura ricorrente, in tutte le copertine dei Marillion del periodo Fish), che nel retrocopertina, esce dalla finestra gettandosi sull’arcobaleno (simbolo di pace e serenità interiore), che fa da ponte verso la sua nuova infanzia. Il retro di copertina contiene poi altri simboli spesso presenti nelle liriche di Fish, come ad esempio il puzzle, come composizione ed incastro delle vicende umane, su cui è costruita tutta la scena rappresentata, la gazza ladra, che rappresenta metaforicamente l’elemento che gli ha rubato l’infanzia, libera di volare, mentre la lucertola, resta chiusa all’interno di una gabbia surrealistica che ricorda tantissimo il miglior Dalì.

Come la copertina, anche le liriche ad opera di Fish, presentano un notevole contenuto poetico estremamente surreale, intrise di metafore e immagini fantastiche, e accompagnate dall’uso sapiente di un vocabolario tutto particolare; molti accostano sia le liriche, sia le prove vocali di Fish, a quelle di Peter Gabriel (Genesis), ma sinceramente, a me pare (soprattutto in Misplaced), che questo non sia del tutto vero e che piuttosto ci si sia lasciati trasportare da alcune critiche che gli furono mosse all’epoca; è pur vero che nei primi anni di carriera, i Marillion, eseguivano anche cover dei Genesis e che comunque, la loro ispirazione predominante, al tempo, era dovuta agli stessi Genesis e ad altri musicisti come ad esempio Peter Hammil (che fu anche loro spalla ad un concerto), ma ritengo che lo stile di Fish in Misplaced sia già molto maturo e personale e poco abbia a che spartire con la differente caratterizzazione di Peter Gabriel. Leggendo tra le varie righe dei testi, è impossibile non faersi trascinare all’interno della vicenda narrata da Fish, che racconta con un misto tra verismo ed immaginazione le sue vicende profondamente autobiografiche.

Per l’aspetto musicale a mio giudizio l’album è un vero capolavoro di coinvolgimento; la produzione (stavolta più attenta, per non dire quasi perfetta, rispetto agli album precedenti) e il collegamento musicale tra le varie tracce (eseguito magistralmente attraverso i ritmi delle percussioni di Mosley e delle tastiere di Kelly perlopiù), danno un continuum sonoro ed emotivo a tutto il disco, come pochi altri riescono a fare; all’interno dei vari pezzi, la chitarra del magnifico Rothery, riesce a creare atmosfere incredibili, melodie picchi sonori che ti fanno balzare il cuore in gola ed accapponare la pelle man mano che vivi e godi di ogni singola nota, accompagnando le melodie con le parole del grande narratore Fish. Da non scordare poi il basso di Trewavas, ottimo sfondo di ogni pezzo, a sostenere sapientemente la chitarra ed accompagnare la tastiera, ma anche capace di momenti di elevata suspance, da solo o a compendio della batteria. In Misplaced, tutto il gruppo lavora al suo meglio, ogni strumento viene equilibrato e nessuno risulta prevaricare l’altro.

Veniamo ora al racconto che viene narrato traccia dopo traccia, dalla magica voce di Fish.

Pseudo Silk Kimono (kimono di falsa seta), introduce la narrazione con un pezzo davvero toccante sul momento in cui viene concepito tutto il concept dell’album, l’allucinazione di Fish; le parole sono davvero belle e tristi al tempo stesso, ricche di immagini astratte che prendono forma, rappresentano perfettamente lo stato d’animo di una persona in preda agli effetti delle droghe, che riflette su se stesso e sul suo cuore infranto.

Il pensiero allora corre subito a Kay Lee, suo amore del college, ribattezzata con un fortunatissimo epiteto (Kayleigh, che varrà a Fish la soddisfazione di conoscere anni dopo, molte ragazze che vennero così chiamate in suo onore dai genitori), della quale affiorano subito i ricordi dei momenti passati insieme ed i rimorsi e le domande senza risposta (“We said our love would last forever, So how did it come to this bitter end?”).

L’allucinazione torna quindi a far breccia nella mente di Fish; nel suo immaginario fantastico, sogna di essere in un parco, mentre gli innaffiatori sussurrano delle musiche ed i bambini del parco, correndo tra gli arcobaleni formati dai minuscoli spruzzi d’acqua, cantano una canzone in sottofondo tra i fiori di lavanda (Lavender).. una canzone per lei, una canzone da dedicarle… Per il suo amore. La parte sonora è riuscitissima ed al suo interno viene presentato il laitmotiv di tutto il concept album.

Dopo Kaileigh, ancora un gioco di parole nel titolo della quarta traccia (Bitter Suite prende il posto di Bitter Sweet), una delle song che preferisco dell’album, introdotta dal ritmico pulsare dei tamburi di Mosley, e composta da cinque brevi, differenti momenti in cui l’allucinazione si mescola ad altri ricordi. Un breve incontro con un ragno mentre è sotto effetto delle droghe, un venerdi notte, a Lione, in compagnia di una prostituta francese, poi di nuovo la stanchezza di prendere appunti durante la sua allucinazione e ancora il rimorso di chi si sente inconcludente, di chi si sente da sempre marinaio, senza fissa dimora e con il pollice al vento.

La quinta traccia Heart of Lothian, è di nuovo divisa in due momenti; dapprima Fish richiama alla mente di quando era un ragazzo, un “wideboy” nella contea di Lothian (Edimburgo, Inghilterra) che girava per pubs (watering halls) spendendo tutti i soldi senza pensare al domani, mentre nella seconda parte ritorna alla realtà, riflettendo sul suo stile di vita attuale col desiderio di tornare alla sua vita di adolescente, di nuovo spensierato nei pub, e ripensandoci, “l’uomo allo specchio, ha gli occhi tristi”.

La seconda parte del concept album, viene introdotta da Waterhole (Espresso Bongo), un pezzo breve ed energico in cui Fish critica d’un fiato la falsità e la doppiezza delle persone, in particolare di coloro che si servono dell’eloquenza per vendere (patter merchants), che traghetta poi verso il successivo pezzo in cui Fish comincia a riflettere seriamente sulla sua vita da “Lord of the Backstage”, di cui non si sente ancora parte, ma in cui è immerso completamente, una vita che non permette chiarimenti tra le persone, per colpa di tutto lo showbusiness.

Segue Blind curve, altro pezzo fantastico, suddiviso in cinque momenti, in cui Fish continua a riflettere sulla sua vita attuale, una discussione che prende le mosse dal suo esser diventato freddo e distante, il suo controverso stato d’animo verso i “passing strangers” che ascoltano le canzoni d’amore scritte da lui, un altro estraneo di passaggio, il suo pensiero va a quando durante i lunghi tour era costretto a viaggiare da un “Holiday Inn” all’altro, con gli invadenti intervistatori che chiedono insistentemente “tell me your stories”, fino a ricordarsi della sua infanzia, l’infanzia malriposta, ed il desiderio, la supplica di riaverla indietro. La traccia si chiude con una riflesione drammatica, a più ampio raggio, un occhio verso il mondo, scosso dalle guerre, pieno di eroi chiusi in sacchi neri, persone senza più una casa, e l’accusa “How can we justify? They call us civilised!”

A questo punto, il disco si avvia alla conclusione, prendendo una svolta ottimistica in Childhood’s End, in cui come in una favola a lieto fine, smette di piovere, la gazza ladra vola sull’arcobaleno, e guardando nello specchio, Fish parla con se stesso da giovane, scopre che le risposte alle sue domande, stavano già dentro di lui, e che non seve a niente rimpiangere il passato, perchè ognuno ha la sua vita davanti, e l’unica cosa malriposta è la direzione che ha preso la vita e una volta preso coscienza di questo possiamo cambiarla.

Il concept si chiude con White Feather, una sorta di inno pacifista, critico verso il potere, che nonostante tutto, non potrà certamente portar via ne rubare i cuori delle persone.

Che altro dire, creod che la lunghezza eccessiva di questa recensione, abbia già parlato da se per quanto riguarda il mio apprezzamento verso questo disco, verso il modo con cui Fish racconta le sue pene e le rende condivisibili, e verso il modo con cui queste sono state musicate da tutto il gruppo, con continui cambi di ritmi e sonorità, perfettamente equilibrati all’interno del motivo portante di tutto il concept. E’ un disco con musiche secondo me tutt’ora attuali, che nulla ha da invidiare alle produzioni moderne, e anzi, porta con se gli echi nostalgici di una stagione musicale ormai conclusa, ma che ha prodotto forse la migliore musica di sempre.
Epocale, davvero.

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