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Marillion in concerto: Roma, 16 Novembre 2009

domenica, novembre 22nd, 2009

Luogo: XROADS live club – via Braccianese 771 – 00123 Osteria Nuova (Roma)

Assistere ad un concerto dei Marillion è una esperienza che raccomando di cuore a tutti quelli che amano la bella musica. Per quanto mi riguarda è la seconda volta che li vedo dal vivo (la prima, del 2007 all’auditorium Flog a Firenze, quando ancora conoscevo perlopiù soltanto i Marillion dell’era Fish).
Le date del tour 2009 sono però diverse dai concerti canonici in quanto portano in scena uno show acustico e per questo, molto più intimo, suddiviso in due parti: nella prima, viene eseguito per intero il nuovo album “Less is More”, mentre nella seconda, dopo una decina di minuti di pausa, vengono riproposti in chiave acustica alcuni dei migliori pezzi della band, che variano a seconda del luogo, del pubblico e dello stato d’animo del gruppo, per un totale di quasi 3 ore di concerto.
Per quanto mi riguarda, a Roma lo show è andato oltre i tempi canonici della durata del concerto, iniziando dalla sera prima, con una cena molto informale in compagnia di Steve “Dio” Rothery, magnifico chitarrista del gruppo, e del fan club italiano che ringrazio per la bella opportunità che ha offerto ai frequentatori del sito.
La cena, oltre alle foto e agli autografi di rito, ti permette di entrare a far parte di un mondo di appassionati proveniente da ogni parte d’Italia, ognuno con le sue storie e con i suoi gusti musicali, ma tutti accomunati da una passione fortissima, di poco dissimile all’adorazione per questo gruppo.
Così, quando il giorno dopo mi presento sul luogo del concerto, ritrovo tra le altre diverse facce note, tutte allegre, eccitate ed estremamente disponibili che mi fanno quasi sentire a casa, nonostante i 300 km che me ne separano.

Il Crossroad è un locale nuovo situato molto fuori Roma, disperso sulla via per il lago di bracciano, non molto grande ma in compenso l’acustica nella sala è davvero discreta. Data appunto la particolarità acustica del concerto sono stati previsti posti a sedere per tutti e qui ancora il fan club si supera, dando la possibilità agli iscritti di usufruire di posti nominativi nelle le prime file. E’ la prima volta che seguo un concerto da seduto ed anche io all’inizio ero un pò dubbioso sulla effettiva riuscita dell’evento.

I Marillion entrano sul palco poco dopo le 22, si siedono alle loro postazioni e sin da subito, Hogarth strega la platea sfoggiando una insolita coinvolgente parlantina, cercando di parlare lentamente per poter essere compreso dal maggior numero di persone possibile nella sala.
Devo dire che nonostante l’esecuzione dei brani dell’album sia grosomodo fedele all’originale, la resa “live” è decisamente migliore; brani che non mi avevano particolarmente colpito nell’ascolto da cd, diventano improvvisamente favolosi, mentre osservo i 5 suonare i più disparati strumenti musicali.
Bellissima “Wrapped up in time” così come la nuova versione completamente diversa dall’originale di “Hard as love”, ed il concerto fluisce mentre la platea applaude fragorosamente ad ogni pezzo, anche se la posizione “seduta” non permette certo di sbracciarsi come avviene normalmente, fino a che Rothery non sforna un magnifico assolo di chitarra su “Quartz” e tutta la sala, spontaneamente si alza in piedi in una fragorosa standing ovation spontanea. Da li in poi, il concerto prende una piega fantastica.
Molto intima “It’s not your fault”, ninna nanna per i cresciutelli, suonata e cantata dal solo Hogarth (mentre Kelly e Mosley se ne vanno simpaticamente dal palco) e così con “This is the 21th century”, si conclude la prima parte del concerto.
Dopo la pausa, il pubblico è bello caldo e ad ogni brano c’è qualcuno che scatta in piedi, applaude, grida apprezzamenti ai 5 sul palco, e canzoni come “Cover my eyes”, “Runaway” e “You’re gone” ti penetrano dentro, mentre veniamo presi in giro dal solito Hogarth per la scarsa conoscenza del testo di “Beautiful”.
Arriva anche il momento di eseguire uno dei vecchi pezzi dell’era Fish, il pezzo è “Sugar Mice”, fantastica, introdotta da qualche nota al pianoforte di Hogarth e cantata e suonata con una intensità meravigliosa dal pubblico, da tutta la band e dallo stesso Hogarth, che alla fine del pezzo sembra quasi versare qualche lacrima, seguita poi dalla dedica di “80 days” a tutto il pubblico, per l’affetto la dedizione e i sacrifici che i fan affrontano ogni volta per andare a vedere i loro concerti, per finire poi con Gazpacho, in cui tutti ormai sono in piedi urlanti.

I Marillion tornano sul palco quasi subito, incitati dal casino incessante del pubblico presente, eseguendo “Easter” e “Made again” con la folla oramai in delirio, mentre io mi spello le mani a forza di batterle.
La folla applaude oramai ininterrottamente mentre i 5 riscendono dal palco ed il secondo bis, introdotto da “Answering machine”, trova il suo culmine in una versione acustica di “Ocean cloud”, non prevista in scaletta ma richiesta a gran voce dalla prima fila e urlata dal mitico Maldon, finchhè Hogarth ripete gracchiando il titolo e comincia a cantare…. L’esecuzione è meravigliosa, nonostante il pezzo su cd fosse già perfetto di suo, i nostri suonano la prima parte e poi si fermano come di consueto in un’altra standing ovation della platea, dopodichè, cogliendo tutti impreparati, Mosley riparte percuotendo con foga la batteria e Rothery gli va subito dietro, per il favoloso assolo centrale del brano che elettrizza ancora di più (se mai ce ne fosse modo) tutto il pubblico, colto alla sprovvista; da brividi!!
Il concerto si chiude poi con “Three minute boy”, con Hogarth che dirige il canto del pubblico facendo via via diminuire il volume. Esco dalla sala completamente zuppo di sudore, soddisfatto e contento.. davvero una bella serata ed un ottimo concerto, suonato veramente da paura.

Scaletta:

Go!
Interior Lulu
Out of this World
Wrapped up in Time
The Space
Hard as Love
Quartz
If my Heart where a Ball
It’s not your Fault
Memory of Water
This is the 21 Century
———
Cover My Eyes
Beautiful
Runaway
You’re Gone
Sugar Mice
80 Days
Gazpacho
———
Easter
Made Again
———
Answering Machine
Ocean Cloud
Three Minute Boy

Alcuni video della serata:
Wrapped up in time: http://www.youtube.com/watch?v=uouMyFI7nBU
It’s not your fault: http://www.youtube.com/watch?v=N-0UTKhOsVA
Beautiful: http://www.youtube.com/watch?v=hDkAXjYMGCU
Runaway: http://www.youtube.com/watch?v=V6SLTt4u2fg
Sugar Mice: http://www.youtube.com/watch?v=ViJniltU8h4
Easter (assolo acustico di Rothery): http://www.youtube.com/watch?v=ViJniltU8h4
The Answering Machine: http://www.youtube.com/watch?v=gALb8tu_l4U
Ocean Cloud: http://www.youtube.com/watch?v=6evfE0bDooQ
Ocean Cloud (altro video): http://www.youtube.com/watch?v=EsuvmcR3fo4
Three Minute Boy: http://www.youtube.com/watch?v=92MAoRBaId8

Photo Reportages :
Gallery Personale (composta da foto selezionate dagli album sottostanti): http://www.bastardworkshop.com/nggallery/page-77/album-6/gallery-74/
Maurizio: http://gallery.mac.com/mbonomi#100128&bgcolor=black&view=grid
Stefano: http://picasaweb.google.it/stefanolion71/MarillionLMLiveInRome#
Michele: http://www.facebook.com/album.php?aid=40115&id=1452306315&l=3518374958
Luca Fiaccavento: http://www.flickr.com/photos/lucafiaccavento/sets/72157622701613895/show/
Angelo e Patty: http://picasaweb.google.com/apiantadosi/MarillionLessIsMoreTourRoma16Nov2009#
dvoran: http://picasaweb.google.it/dvoran81/Marillion#
Pino: http://www.facebook.com/album.php?aid=2040476&id=1526138787&l=f21f1d59d4
Luca roluan: http://picasaweb.google.it/sarchialiponti/Marillion16112009Roma#
Roby: http://www.hthegenius.it/xroads/livearchive.htm
starless: http://www.flickr.com/photos/28949619@N03/show/

Marillion: Misplaced Childhood

mercoledì, giugno 25th, 2008

Misplaced Childhood

Tracce Audio (versione vinile)
Side 1
01 – Pseudo Silk Kimono
02 – Kayleigh
03 – Lavender
04 – Bitter Suite
05 – Heart of Lothian
Side 2
06 – Waterhole (Expresso Bongo)
07 – Lords of the Backstage
08 – Blind Curve
09 – Childhoods End?
10 – White Feather
Line Up
Fish: voice
Steve Rothery: guitars
Pete Trewavas: bass
Ian Mosley: percussion
Mark Kelly: keyboards

Cover Concept: Fish
Sleeve Design and Illustration: Mark Wilkinson
Lyrics: Fish
Music: Marillion

E finalmente, con un po di pazienza, riesco ad inaugurare la sezione dedicata alla musica, con una vera opera d’arte, una chicca imperdibile per ogni amante della buona musica. Questa è ufficialmente la mia prima recensione, e sul gruppo a cui forse tengo di più, senza contare la non indifferente componente sentimentale che accompagna le note di questo disco, perciò scusate se mi dilungherò un pò troppo su alcuni aspetti.

Misplaced è senza dubbio la prova migliore dei Marillion; vede la luce nel 1985, dopo il buon successo ottenuto dai primi due album, (Script for a Jester’s Tear e Fugazi) che proiettano i Marillion nell’olimpo del neoprogressive rock, corrente che si andava diffondendo durante gli anni 80 appunto, e di cui essi furono forse gli esponenti maggiori (se non altro come volume di vendite).

Il concept album prende le mosse dall’ispirazione lirica di Fish, il quale durante uno dei suoi periodi di crisi, in preda agli effetti di cocktails allucinogeni, chiuso nella sua casa, prende appunti sulle diverse figure e immagini che andranno poi a comporre la traccia portante dell’album.
Nella visione di Fish, l’opera doveva essere composta da due sole tracce, una per lato dell’LP, delle quali la prima trattava tematiche legate alle sue esperienze sentimentali, con la triste presa di coscienza del fallimento di tutte le precedenti relazioni amorose, mentre la seconda parte era dedicata al disagio della giovinezza e della progressiva crescita; in seguito, la casa discografica optò per suddividere ogni macrotraccia, in sequenze più piccole, determinando la scaletta attuale.

La cover, ideata da Fish stesso e realizzata da Mark Wilkinson, presenta un unico motivo che si estende tra front e retro di copertina, intriso di immagini e metafore che lette una per una, rappresentano una successione di eventi che gia da se spiega tutto il contenuto del disco, prima ancora di ascoltarlo, e ne esalta la autobiograficità. Nella front cover, vediamo un bambino, che rappresenta una sorta di rinascita, il passaggio finale verso il riappropriarsi della propria infanzia, dopo le delusioni e i tormenti patiti dal giullare (figura ricorrente, in tutte le copertine dei Marillion del periodo Fish), che nel retrocopertina, esce dalla finestra gettandosi sull’arcobaleno (simbolo di pace e serenità interiore), che fa da ponte verso la sua nuova infanzia. Il retro di copertina contiene poi altri simboli spesso presenti nelle liriche di Fish, come ad esempio il puzzle, come composizione ed incastro delle vicende umane, su cui è costruita tutta la scena rappresentata, la gazza ladra, che rappresenta metaforicamente l’elemento che gli ha rubato l’infanzia, libera di volare, mentre la lucertola, resta chiusa all’interno di una gabbia surrealistica che ricorda tantissimo il miglior Dalì.

Come la copertina, anche le liriche ad opera di Fish, presentano un notevole contenuto poetico estremamente surreale, intrise di metafore e immagini fantastiche, e accompagnate dall’uso sapiente di un vocabolario tutto particolare; molti accostano sia le liriche, sia le prove vocali di Fish, a quelle di Peter Gabriel (Genesis), ma sinceramente, a me pare (soprattutto in Misplaced), che questo non sia del tutto vero e che piuttosto ci si sia lasciati trasportare da alcune critiche che gli furono mosse all’epoca; è pur vero che nei primi anni di carriera, i Marillion, eseguivano anche cover dei Genesis e che comunque, la loro ispirazione predominante, al tempo, era dovuta agli stessi Genesis e ad altri musicisti come ad esempio Peter Hammil (che fu anche loro spalla ad un concerto), ma ritengo che lo stile di Fish in Misplaced sia già molto maturo e personale e poco abbia a che spartire con la differente caratterizzazione di Peter Gabriel. Leggendo tra le varie righe dei testi, è impossibile non faersi trascinare all’interno della vicenda narrata da Fish, che racconta con un misto tra verismo ed immaginazione le sue vicende profondamente autobiografiche.

Per l’aspetto musicale a mio giudizio l’album è un vero capolavoro di coinvolgimento; la produzione (stavolta più attenta, per non dire quasi perfetta, rispetto agli album precedenti) e il collegamento musicale tra le varie tracce (eseguito magistralmente attraverso i ritmi delle percussioni di Mosley e delle tastiere di Kelly perlopiù), danno un continuum sonoro ed emotivo a tutto il disco, come pochi altri riescono a fare; all’interno dei vari pezzi, la chitarra del magnifico Rothery, riesce a creare atmosfere incredibili, melodie picchi sonori che ti fanno balzare il cuore in gola ed accapponare la pelle man mano che vivi e godi di ogni singola nota, accompagnando le melodie con le parole del grande narratore Fish. Da non scordare poi il basso di Trewavas, ottimo sfondo di ogni pezzo, a sostenere sapientemente la chitarra ed accompagnare la tastiera, ma anche capace di momenti di elevata suspance, da solo o a compendio della batteria. In Misplaced, tutto il gruppo lavora al suo meglio, ogni strumento viene equilibrato e nessuno risulta prevaricare l’altro.

Veniamo ora al racconto che viene narrato traccia dopo traccia, dalla magica voce di Fish.

Pseudo Silk Kimono (kimono di falsa seta), introduce la narrazione con un pezzo davvero toccante sul momento in cui viene concepito tutto il concept dell’album, l’allucinazione di Fish; le parole sono davvero belle e tristi al tempo stesso, ricche di immagini astratte che prendono forma, rappresentano perfettamente lo stato d’animo di una persona in preda agli effetti delle droghe, che riflette su se stesso e sul suo cuore infranto.

Il pensiero allora corre subito a Kay Lee, suo amore del college, ribattezzata con un fortunatissimo epiteto (Kayleigh, che varrà a Fish la soddisfazione di conoscere anni dopo, molte ragazze che vennero così chiamate in suo onore dai genitori), della quale affiorano subito i ricordi dei momenti passati insieme ed i rimorsi e le domande senza risposta (“We said our love would last forever, So how did it come to this bitter end?”).

L’allucinazione torna quindi a far breccia nella mente di Fish; nel suo immaginario fantastico, sogna di essere in un parco, mentre gli innaffiatori sussurrano delle musiche ed i bambini del parco, correndo tra gli arcobaleni formati dai minuscoli spruzzi d’acqua, cantano una canzone in sottofondo tra i fiori di lavanda (Lavender).. una canzone per lei, una canzone da dedicarle… Per il suo amore. La parte sonora è riuscitissima ed al suo interno viene presentato il laitmotiv di tutto il concept album.

Dopo Kaileigh, ancora un gioco di parole nel titolo della quarta traccia (Bitter Suite prende il posto di Bitter Sweet), una delle song che preferisco dell’album, introdotta dal ritmico pulsare dei tamburi di Mosley, e composta da cinque brevi, differenti momenti in cui l’allucinazione si mescola ad altri ricordi. Un breve incontro con un ragno mentre è sotto effetto delle droghe, un venerdi notte, a Lione, in compagnia di una prostituta francese, poi di nuovo la stanchezza di prendere appunti durante la sua allucinazione e ancora il rimorso di chi si sente inconcludente, di chi si sente da sempre marinaio, senza fissa dimora e con il pollice al vento.

La quinta traccia Heart of Lothian, è di nuovo divisa in due momenti; dapprima Fish richiama alla mente di quando era un ragazzo, un “wideboy” nella contea di Lothian (Edimburgo, Inghilterra) che girava per pubs (watering halls) spendendo tutti i soldi senza pensare al domani, mentre nella seconda parte ritorna alla realtà, riflettendo sul suo stile di vita attuale col desiderio di tornare alla sua vita di adolescente, di nuovo spensierato nei pub, e ripensandoci, “l’uomo allo specchio, ha gli occhi tristi”.

La seconda parte del concept album, viene introdotta da Waterhole (Espresso Bongo), un pezzo breve ed energico in cui Fish critica d’un fiato la falsità e la doppiezza delle persone, in particolare di coloro che si servono dell’eloquenza per vendere (patter merchants), che traghetta poi verso il successivo pezzo in cui Fish comincia a riflettere seriamente sulla sua vita da “Lord of the Backstage”, di cui non si sente ancora parte, ma in cui è immerso completamente, una vita che non permette chiarimenti tra le persone, per colpa di tutto lo showbusiness.

Segue Blind curve, altro pezzo fantastico, suddiviso in cinque momenti, in cui Fish continua a riflettere sulla sua vita attuale, una discussione che prende le mosse dal suo esser diventato freddo e distante, il suo controverso stato d’animo verso i “passing strangers” che ascoltano le canzoni d’amore scritte da lui, un altro estraneo di passaggio, il suo pensiero va a quando durante i lunghi tour era costretto a viaggiare da un “Holiday Inn” all’altro, con gli invadenti intervistatori che chiedono insistentemente “tell me your stories”, fino a ricordarsi della sua infanzia, l’infanzia malriposta, ed il desiderio, la supplica di riaverla indietro. La traccia si chiude con una riflesione drammatica, a più ampio raggio, un occhio verso il mondo, scosso dalle guerre, pieno di eroi chiusi in sacchi neri, persone senza più una casa, e l’accusa “How can we justify? They call us civilised!”

A questo punto, il disco si avvia alla conclusione, prendendo una svolta ottimistica in Childhood’s End, in cui come in una favola a lieto fine, smette di piovere, la gazza ladra vola sull’arcobaleno, e guardando nello specchio, Fish parla con se stesso da giovane, scopre che le risposte alle sue domande, stavano già dentro di lui, e che non seve a niente rimpiangere il passato, perchè ognuno ha la sua vita davanti, e l’unica cosa malriposta è la direzione che ha preso la vita e una volta preso coscienza di questo possiamo cambiarla.

Il concept si chiude con White Feather, una sorta di inno pacifista, critico verso il potere, che nonostante tutto, non potrà certamente portar via ne rubare i cuori delle persone.

Che altro dire, creod che la lunghezza eccessiva di questa recensione, abbia già parlato da se per quanto riguarda il mio apprezzamento verso questo disco, verso il modo con cui Fish racconta le sue pene e le rende condivisibili, e verso il modo con cui queste sono state musicate da tutto il gruppo, con continui cambi di ritmi e sonorità, perfettamente equilibrati all’interno del motivo portante di tutto il concept. E’ un disco con musiche secondo me tutt’ora attuali, che nulla ha da invidiare alle produzioni moderne, e anzi, porta con se gli echi nostalgici di una stagione musicale ormai conclusa, ma che ha prodotto forse la migliore musica di sempre.
Epocale, davvero.